Lo skateboard: da Tony Hawk a un villaggio Zulu

“Considero lo skateboarding una forma d’arte, uno stile di vita e uno sport” disse Tony Hawk, ed è proprio per questo che fare skateboard è senza dubbio più di uno stile di vita. Nella California degli anni 60, mentre i Beach Boys scalavano le classifiche cantando Barbara Ann e animando tutta la West Coast, i surfisti avevano la possibilità di cavalcare le onde anche in assenza di mare mosso. Grazie allo skateboard veniva data loro l’opportunità di esprimere la loro passione, anche in condizioni che generalmente non lo permettevano.

Nel corso degli anni, lo skate non è stato preso molto sul serio, veniva considerato principalmente come un passatempo, un gioco per ragazzi e bambini. Ad oggi, è diventato uno sport a tutti gli effetti e dal 2020, nei Giochi della XXXII Olimpiade di Tokyo, lo skateboarding diventerà una disciplina olimpica.

Nonostante questo sport estremo abbia raggiunto un grande obiettivo, fare skateboard è servito anche per l’integrazione sociale dei bambini dell’Indigo Skate Camp, in Sudafrica.

Ci troviamo in un villaggio Zulu, nella Valley of 1000 Hills, dove il sole splende alto tra le colline e ragazzi e bambini si trovano spesso a giocare sì, ma in luoghi pericolosi che mettono a serio rischio la loro vita, come le strade. 

Con l’arrivo nel villaggio di Dallas Oberholzer le cose sono cambiate. Il fondatore dell’Indigo Skate Camp ha iniziato a creare ambienti di skateboarding sostenibile nei luoghi più improbabili. Creando così una vera e propria àncora di salvezza per questi ragazzi, che vengono seguiti e tutelati dai loro coach, ma non solo: “Loro mi insegnano a rispettare un’altra persona, così come rispetti te stesso” è quello che Andile, un bambino del villaggio, ha imparato grazie a questo sport. 

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